Raccontami la satira

Questa è la recensione del libro “Mi chiamavano Togliatti” (Utet edizioni) di Vincino – con la collaborazione di Michele Mordente – che ho scritto per Il Fatto Quotidiano.
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“Io non ricordo come ricordo questo ricordo però ricordo”: così inizia l’autobiografia ‘Mi chiamavano Togliatti’ di Vincino, vignettista de Il Foglio e motore (im)mobile della satira italiana dagli anni ‘60 ad oggi. Una vita raccontata per giornali, da L’ora di Palermo a L’avventurista di Lotta Continua, poi Il Male, Tango, Il Foglio, Corriere della Sera e ancora altri. Una storia di riviste senza una lira e di contratti milionari, banchetti mondani e pezze al culo, risse furiose, morte e galera. Il vignettista Vincino è uno stratega impegnato in una perenne partita a scacchi contro il potere, qualsiasi esso sia, ma la cui minaccia è sempre uguale e l’autore ce la svela con un incubo avuto ai tempi in cui raccontava a disegni il Maxiprocesso di Palermo: che uno di quei mafiosi gli tagliasse le mani. Non che lo uccidesse, badate bene: che gli tagliasse le mani.

Si è discusso molto di cosa sia la satira, specie dopo la carneficina di Charlie Hebdo del gennaio 2015: nell’autobiografia di Vincino c’è l’essenza della satira.
“Un altro incontro con i fascisti avviene a Gela, mentre torno a casa da solo di notte. Cinque fascisti mi attorniano: “Rosso, dì: Viva il Duce!”.  E io: “Viva il Duce!”. Me la scapolo così. Lo so, non è onorevole ma mi salvo il culo”:  La satira ‘se la scapola’, quando può, sfugge a una situazione pericolosa sfilando via la testa dal cappio. Ma nel cappio la testa ce la infila volentieri, il cappio è l’essenza della satira: senza cappio, non c’è satira. E di quanti cappi racconta Vincino, e di quante provocazioni ritirate per scapolarsela. Accetta di tacere una volta per continuare a colpire, perchè la voce non si spenga mai e le mani non siano tagliate. Dal primo giornalino scolastico sul quale ha iniziato a pubblicare vignette (all’età di undici anni) fino ad oggi. Da Gianni Riotta a Enzo Biagi passando per Eugenio Scalfari, Lucia Annunziata, Claudio Sabelli Fioretti e altri ancora, Vincino dipinge un ritratto spietato non solo della classe politica ma anche del mondo giornalistico. Ma sia chiaro: Vincino non è un eroe, Vincino si presenta come un poveraccio che non ha fatto la storia ma l’ha raccontata, combattuta e spesso subita. Vincino è pragmatico, senza soldi non si campa: “non ho mai rifiutato soldi”, scrive, e quando lo criticano per avere accettato un premio ‘borghese’ come il Premiolino (il più importante premio giornalistico italiano) e i relativi 3 milioni di lire lui risponde con una vignetta che recita: ‘Lettore, se ritieni che debba rifiutare il premio, invia Tre Milioni specificando: per Vincino acciocchè rifiuti il Premiolino”.
Vincino è un poveraccio ma è uno che si è divertito da matti. Vincino è uno che non ha avuto pietà per nessuno e mai per sè stesso. Vincino è uno che i limiti della satira ‘li infrangiamo tutti con convinzione e pervicacia’. Vincino ha fatto lavori per il PCI facendosi pagare dalla lega delle cooperative (Tangentopoli, do you remember?), Vincino ha scoperto chi c’era dietro il Golpe Tejero in Spagna, Vincino ha minacciato di buttarsi di sotto – alla Camera, dinanzi a un’inferocita Nilde Iotti – perchè volevano impedirgli di disegnare dal vivo. Vincino è uno che scrive ‘un’autobiografia disegnata a dispense – Tomo I° (abbiate fede)’ sapendo benissimo che il Tomo II° non ci sarà ma noi avremo fede. Eccolo, Vincino. Ecco la satira.