Benvenuti a Chernobyl – diario dalla zona di alienazione

La centrale nucleare ‘Vladimir Il’ič Lenin’ di Chernobyl esplose il 26 aprile 1986, sprigionando nell’atmosfera una nube radioattiva che invase l’europa occidentale arrivando addiritture a toccare le coste nordamericane.

Io ero nato da pochi mesi ma sono certo di ricordare – chissà come – la paranoia radioattiva delle mamme di fine degli anni ’80 (o, almeno, della mia mamma).
Trent’anni dopo, eccomi qui, nell’area intorno alla centrale di Chernobyl (cittadina al confine tra Ucraina e Bielorussia), ancora oggi uno dei posti più letali al mondo: viene definita ‘zona di alienazione’, è quasi del tutto disabitata, completamente chiusa e militarmente controllata. Ma è anche un inaspettato business per l’economia della regione: checkpoint militari e rischi per la salute non bloccano il flusso di visitatori (la parola ‘turista’ non è gradita, a Chernobyl) attratti dal fascino postapocalittico di questa Disneyland all’incontrario. L’unico modo per accedere a quest’area è affidarsi a una guida autorizzata. A Kiev – capitale ucraina e base imprescindibile per raggiungere Chernobyl, a circa 2 ore di auto di distanza – ci sono molte agenzie che offrono ‘pacchetti’ per tour nei luoghi del disastro: da quelli di un giorno solo (90€ circa) a quelli con pernotto in piena zona radioattiva, da tour per i fotografi a quelli che ricreano l’atmosfera sovietica con tanto di spostamenti a bordo di un bus dei tempi dell’Urss.
Insomma, a ciascuno la sua Chernobyl. Questo è il mio reportage pubblicato da Il Fatto Quotidiano

Guida per sopravvivere al Natale napoletano

Probabilmente il capitone è l’unico essere vivente che detesta il natale napoletano più di me: ogni 24 dicembre la strage di queste (brutte) anguille annuncia a Napoli la nascita del bambin gesù più della stella cadente su Betlemme. Poi via a una via crucis di tombolate, parenti urlanti e cenoni oversize fino a Santo Stefano il tutto condito da quella malinconia tutta napoletana che finisce sotto il tappeto delle feste. “Te piace ‘o presepio?” ripeteva insistentemente Lucariello al figlio, ‘il giovine moderno’, in ‘Natale in casa Cupiello’ (altro must da natale napoletano): ecco, a me non mi piace, ‘o presepio. Eppure, ogni anno, non vedo l’ora di trovarmelo davanti per dirlo.
Questa è la tavola che ho disegnato per Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre scorso.

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