Dicono di me

Premio per la satira politica Forte Dei Marmi

Natangelo disegna come un diavolo. Un diavoletto. Irriverente piuttosto che maligno, dispettoso piuttosto che sulfureo, intelligente piuttosto che supponente.

 

Pietrangelo Buttafuoco, Il Foglio

Questa non è risata, è letteratura. A forza di lamentarci dell’assenza di un nuovo Ennio Flaiano dimentichiamo che, al tempo, nessuno poteva accorgersene di averlo un Flaiano

 

Marco Travaglio , “2012 con loden” – edizioni Il Fatto

Molto prima che nascesse il Fatto Quotidiano, tenevo un blog a sei mani, insieme a Pino Corrias e a Peter Gomez. La ragazza che ci aiutava, Paoletta Porciello, impareggiabile talent scout,  scovò in rete un vignettista, un certo Mario Natangelo, e cominciò a illustrare i nostri post con le sue vignette. Funzionavano strepitosamente: colorate, fantasiose, soprattutto cattive.  Poi nacque il Fatto, e nei giorni degli ultimi preparativi, tra un numero zero e l’altro, Paoletta buttò lì: “Perchè non ci prendiamo Natangelo come vignettista di redazione?”. Obiettai: chissà quanto costa uno del suo livello, non ce lo possiamo permettere, non verrà mai. E lei: “Ma scherzi? E’ un ragazzo,  pagherebbe per lavorare da noi”. Un ragazzo? Dalla perfidia dei suoi lavoretti l’avrei detto un quarantenne, almeno. Mi venne in  mente il mio secondo incontro con Montanelli, quando mi comunicò che aveva letto dei miei articoli e gli erano piaciuti, mi chiese quanti anni avessi (erano ventitrè) e mi disse che potevo collaborare al Giornale, “ma ovviamente gratis, anzi  pagando il giusto”. Seppi anche che Natangelo era napoletano: la qual cosa mi meravigliò vieppiù, essendo impensabile associare la ferocia delle sue battute e dei suoi disegni a un napoletano, per giunta ragazzo. Poi finalmente lo vidi: biondo, occhi chiari, una faccia da schiaffi come poche, di quelle che fanno impazzire le ragazze. Così giovane, così napoletano, così tombeur e così carogna. Mi domandai come fosse possibile che i quotidiani italiani, spesso ammorbati da vignettisti mosci o spompati, non se lo contendessero a morsi e a gomitate. Ma poi pensai che, se se lo fossero conteso, non sarebbe stato così affamato, dunque così feroce. Scoprii poi che ogni giorno prendeva il treno da Napoli, saliva a Roma da noi, produceva tre o quattro vignette fra cui era difficile scegliere la migliore perchè erano tutte migliori, poi se ne tornava a Napoli, sempre in treno. La cosa andò avanti per un po’, finchè non l’abbiamo assunto. Ma per fortuna il posto fisso non l’ha cambiato, né tantomeno ammosciato. Ora è una colonna del Fatto Quotidiano, dove ogni giorno si confronta con mostri sacri come Disegni, Mannelli e Vauro. Nomi che non osa nemmeno pronunciare, se non a bassa voce, ma con i quali se la batte da pari a pari. Non è facile avere un’idea brillante al giorno (parlo per esperienza): lui ne ha sempre almeno due o tre, da buttar via. Tant’è che la sera, per prenderlo in giro, gli domandiamo dove le abbia copiate. Ma è evidente che non potrebbe copiarle: perchè sono idee originali, personalizzate, sue, “alla Natangelo”. La sua arte di manipolare le manipolatissime parole della politica italiana è unica. […] Di solito i vignettisti si dividono in due categorie: quelli che vanno forte nel disegno, meno nelle battute; e quelli che viceversa. Nat va forte in entrambe le materie. A volte, come i più grandi, non ha neppure bisogno di parole. […] Auguro a Natangelo di diventare, se possibile, ancora più carogna. E che a nessuno venga mai in mente di dirgli “fa’ il bravo”. Potrebbe guastarcelo.

 

Luca Telese, “Gioventù amore e rabbia” – Sperling & Kupfer

E poi c’era un altro che era diventato dipendente del giornale con un capolavoro di testardaggine. Era un giovane, pirotecnico vignettista che si era formato sul sito Internet sotto l’occhio protettivo di Paola Porciello. Si chiamava Mario Natangelo, arrivava in redazione, si piazzava con le matite sul mio tavolo (non c’era altro posto), si metteva a disegnare e mi faceva un casino, nemmeno fossimo sui banchi di scuola. Poi, misteriosamente, alle sei del pomeriggio, raccoglieva precipitosamente tutto e spariva, come una Cenerentola della satira al rintocco dell’orologio. Un giorno avevo deciso di affrontare il problema e lo avevo inseguito sulle scale: “A’ Mario, ma ‘ndo cazzo corri?” Dal fondo della tromba delle scale aveva gridato: “Te lo dico domani!”. A Napoli, andava a Napoli. Tutte le mattine, per un mese, aveva preso il treno, era arrivato in redazione, ed era tornato indietro per dormire a casa. Con questo stoico eroismo, dopo pochi giorni, si era guadagnato il primo stipendio.

 

Ellekappa, “Napolitano! Sesso, Moniti e Rock’n’roll” – Aliberti editore

Nat […]  si misura con successo tutti i giorni con la vignetta quotidiana, e di tutta questa storia -dall’inizio all’approdo- il primo ad esserne il più stupefatto è proprio lui. A dispetto del suo sguardo perennemente sintonizzato sull’espressione “Oddio, cosa ci faccio qui io” Nat va invece avanti come un caterpillar.

 

2 thoughts on “Dicono di me

  1. Nat, sei un GRANDE! Felicissima di aver fatto la tua conoscenza alla Festa del FQ 2014, di essere concausa della tua nomination al MIA2014, e, spero proprio, della tua vittoria che sarebbe meritatissima! I will have an Icecream, then! 😀

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