La favola di Violetta

Questa settimana sono stato a Casal Bruciato, quartiere alla periferia est di Roma dove l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom di 14 persone ha scatenato una guerra civile.
Sono stato di notte in casa con quella famiglia e, insieme al mio collega Giampiero Calapà, ho portato loro da mangiare. Lì, a Casal Bruciato, dove un (non?)attivista di Casapound ha gridato alla giovane rom ‘Ti stupro, troia’ e dove invece la sindaca Raggi è andata a difenderne il diritto a restare in quella casa – prendendosi i fischi dei contestatori (molti residenti) e anche un rimprovero dal leader del m5s, Luigi di Maio. Dove Casapound ha montato (e ancora credo sia lì) un presidio di protesta con le bandiere italiane e dove la polizia è costretta a fare turni di guardia per evitare violenze.
Nel reportage per Il Fatto Quotidiano ho raccontato la tensione in piazza tra due schieramenti contrapposti, quelli che i rom nel quartiere non ce li vogliono e quelli che non ci vogliono i fascisti. E ho raccontato le ore buie in quella casa sotto assedio, quando il casino delle manifestazioni in piazza è scomparso, i manifesti sono stati riposti, i fumogeni si sono spenti e ciascuno – di un fronte e dell’altro – è tornato alla propria vita: cosa è rimasto nella casa di Via Satta, oltre all’odio sordo dei vicini?
Per aver portato da mangiare a quelle persone io e Giampiero ci siamo presi qualche insulto da alcuni residenti (che ancora raccontano di quel gesto con sdegno, come scrive su facebook l’avvocato Daniele Leppe che in questi giorni è uno dei tanti che sta accanto alla famiglia rom) ma non mi interessa. Credo sia vero che analizzare il comportamento politico dell’affamato senza analizzare la fame sia un ricatto morale, quindi ho cercato di non condannare a prescindere le proteste dei residenti solo per le orribili bandiere che casapound ha messo sopra la loro rabbia e la loro fame. Ma credo anche che quando la violenza e l’odio di molti – qualunque ne sia la causa- si concentra e opprime pochi, stare dalla parte delle vittime sia un dovere per chiunque abbia la pretesa di essere umano (pretesa che non tutti hanno, evidentemente).
Nel mio piccolo, l’unico contributo a questa brutta storia è stato raccontare ‘la favola di Violetta, la piccola bimba rom che era con me quella notte in quella casa. Perchè ho delle nipoti uguali a lei e non vorrei mai che avessero paura e perchè vorrei dire loro che i mostri esistono solo nelle favole. Anche se non è vero.

P.s.
Come sempre, anche se il tono è quello di una favola, il reportage è tutto vero e anche Occhio di lince, al secolo Massimiliano Minnocci, esiste davvero ed era lì in piazza.

Benvenuti a Chernobyl – diario dalla zona di alienazione

La centrale nucleare ‘Vladimir Il’ič Lenin’ di Chernobyl esplose il 26 aprile 1986, sprigionando nell’atmosfera una nube radioattiva che invase l’europa occidentale arrivando addiritture a toccare le coste nordamericane.

Io ero nato da pochi mesi ma sono certo di ricordare – chissà come – la paranoia radioattiva delle mamme di fine degli anni ’80 (o, almeno, della mia mamma).
Trent’anni dopo, eccomi qui, nell’area intorno alla centrale di Chernobyl (cittadina al confine tra Ucraina e Bielorussia), ancora oggi uno dei posti più letali al mondo: viene definita ‘zona di alienazione’, è quasi del tutto disabitata, completamente chiusa e militarmente controllata. Ma è anche un inaspettato business per l’economia della regione: checkpoint militari e rischi per la salute non bloccano il flusso di visitatori (la parola ‘turista’ non è gradita, a Chernobyl) attratti dal fascino postapocalittico di questa Disneyland all’incontrario. L’unico modo per accedere a quest’area è affidarsi a una guida autorizzata. A Kiev – capitale ucraina e base imprescindibile per raggiungere Chernobyl, a circa 2 ore di auto di distanza – ci sono molte agenzie che offrono ‘pacchetti’ per tour nei luoghi del disastro: da quelli di un giorno solo (90€ circa) a quelli con pernotto in piena zona radioattiva, da tour per i fotografi a quelli che ricreano l’atmosfera sovietica con tanto di spostamenti a bordo di un bus dei tempi dell’Urss.
Insomma, a ciascuno la sua Chernobyl. Questo è il mio reportage pubblicato da Il Fatto Quotidiano

La Canonica Infestata – il reportage

Dormire in una delle case più infestate del mondo? E’ possibile, in Svezia. Partendo da Stoccolma, con un viaggio di dieci ore verso nord – e prendendo almeno due treni e due autobus – si raggiunge il piccolo paese di Borgvattnet . La tappa quasi obbligatoria è a Östersund, centro cittadino a due ore di strada dalla canonica e ultima fermata con servizi tipo market o autonoleggio, nonchè stazione di treni e autobus.
A Borgvattnet, stando alla classifica del quotidiano inglese The Guardian, si trova uno dei dieci posti più spaventosi al mondo: la Canonica fantasma (Spökprästgård, in svedese).
La prima apparizione documentata risale al 1927 e da allora la fama di casa maledetta è cresciuta di decennio in decennio. Nei dintorni tutti la conoscono, la ‘casa grigia’, ma nessuno ne parla troppo. Sul web ci sono molte notizie sulla casa, che è stata oggetto di studio di indagatori dell’occulto e del paranormale (primo fra tutti un noto prete esorcista svedese, Tore Forslund, che andò a vivere nella casa con l’intento di liberarla abbandonando poi la missione un anno dopo). La canonica è stata anche location di alcuni di alcuni show di ghost hunting (americani e svedesi) e su youtube si trovano i filmati integrali.
Il paese di Borgvattnet, al di là della sinistra fama, si trova in una bellissima location, affacciato su un lago e circondato da una fitta foresta. L’unica piccola locanda in paese si chiama Affar’n i Borgvattnet ed è gestita da una coppia di olandesi, Edward Munster e sua moglie Sandra, che vi si sono trasferiti nel 2013 rilevando la struttura fondata da Erik Brännholm, imprenditore locale. Vinta la diffidenza iniziale sono stati molto cordiali: e hanno anche una simpaticissima cagnolina di cui non ricorderei mai il nome, anzi credo di non averlo nemmeno capito.
Dal 2018 la canonica è nelle mani di LaxTon Ghost Sweden, un team di acchiappafantasmi molto attivo in Svezia. Se volete provare anche voi a vivere l’esperienzza che vi racconto nel mio reportage, sul sito
www.laxton.se è possibile prenotare una stanza (solo nei mesi da maggio a ottobre) e provare a sfidare le leggende: per gli impavidi che vi resistono una notte intera, ci sarà un certificato di coraggio. Per quanti invece fuggono nella notte, uno spaventoso racconto degno di Halloween.
Adesso vi lascio alle tavole e, ovviamente, se avete domande o curiosità, vi leggerò nei commenti e risponderò magari in un post dedicato
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Festeggiamo le feste!

Come qualcuno di voi ricorderà, quest’anno ho festeggiato il Natale due volte. La prima volta è stata quest’estate, a circa 2000 km da qui, in un bosco danese limitato a est dall’Øresund. E ricordo ancora quest’esperienza con dei brividi gelidi lungo la schiena.
Festeggiamo le feste rileggendo il reportage pubblicato a luglio da Il Fatto Quotidiano e che ho intitolato, senza pretese asimoviane, ‘Io, Santa Claus’. Per leggerlo, cliccate sull’immagine qui sotto.1

Guida per sopravvivere al Natale napoletano

Probabilmente il capitone è l’unico essere vivente che detesta il natale napoletano più di me: ogni 24 dicembre la strage di queste (brutte) anguille annuncia a Napoli la nascita del bambin gesù più della stella cadente su Betlemme. Poi via a una via crucis di tombolate, parenti urlanti e cenoni oversize fino a Santo Stefano il tutto condito da quella malinconia tutta napoletana che finisce sotto il tappeto delle feste. “Te piace ‘o presepio?” ripeteva insistentemente Lucariello al figlio, ‘il giovine moderno’, in ‘Natale in casa Cupiello’ (altro must da natale napoletano): ecco, a me non mi piace, ‘o presepio. Eppure, ogni anno, non vedo l’ora di trovarmelo davanti per dirlo.
Questa è la tavola che ho disegnato per Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre scorso.

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Il giorno dei tacchini

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Oggi è il famoso “Black Friday”, giornata dedicata agli sconti straordinari e all’acquisto di cose completamente inutili. Questa è la tavola che ho disegnato per Il Fatto Quotidiano e pubblicata ieri in cui vi racconto l’origine del Black Friday, perchè si chiama così, quale è la sua storia e una piccola guida con consigli di sopravvivenza. Buono shopping, a chi compra.

Baci dalla periferia

Per Il Fatto Quotidiano sono stato un paio di giorni a Ostia, dove il clima è abbastanza incandescente. La premessa la conoscerete ormai tutti: la testata di Roberto Spada (non so come definirlo) al cronista di Nemo, Daniele Piervincenzi, che gli rivolgeva alcune domande sui suoi legami con Casapound. Chi è Roberto Spada e chi è Casapound forse lo sapete tutti, non mi dilungherò. Questa è la pagina-reportage che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato domenica, in cui vi racconto l’atmosfera al Bar Music, riferimento della famiglia Spada, nel momento in cui Roberto è stato portato via dai carabinieri e la manifestazione #tuttiadostia organizzata da Dino Giarrusso, de Le Iene, insieme a tanti colleghi cronisti dinanzi alla palestra Femus dove il povero Daniele si è beccato la capocciata.ostai1ostia2ostia3ostia4ostia5ostia6ostia7ostia8ostia9ostia10ostia11

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A cena nel peggior ristorante di Roma (secondo Tripadvisor)

peggior-ristorante-colonnaEbbene sì, ho cenato nel peggior ristorante di Roma (almeno stando a TripAdvisor che lo piazza tipo novemillesimo su diecimila e non ho idea di cosa ci possa essere negli ultimi mille). Questo è il reportage/recensione che ho disegnato per Il Fatto Quotidiano in edicola lo scorso lunedì – da Il Fatto Quotidiano #tripadvisor #ristorante #reportage #cena #satira #melgibson#natangelo