Orient Express – diario di viaggio

Arrivo molto in ritardo. Questi disegni li ho fatti ad agosto e sono rimasti a dormire finora, un po’ per pigrizia, un po’ perchè sempre preso da altre mille cose non avevo mai modo di sistemarli, un po’ perchè non sapevo che farne. Ora eccoli qui, raccolti a mo’ di piccolo diario del mio viaggio sulla rotta dell’Orient Express, da Parigi a Istanbul attraverso il vecchio continente. Non ci troverete tante parole, nemmeno tanti colori. Ah, e per gli amanti dei gialli, mi spiace ma niente omicidi. Ci sono solo tanti posti belli.
Bene: assicuratevi il biglietto, in carrozza e bon voyage, si parte

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C’era una volta il terremoto – un reportage 

La notte del 24 agosto mezza italia é stata svegliata da un terremoto che ha scosso il centro italia, travolgendo e distruggendo paesi come  amatrice, arquata e accumoli. I morti sono stati circa 290, non so quante migliaia gli sfollati. 

Qualche giorno dopo il sisma sono andato in quei posti. Non è stato facile, proprio no. Sono stato in Ungheria con i migranti o in Egitto a cercare Regeni, ma niente é stato difficile come questo lavoro qui, che era dietro casa. E anche se il risultato é solo una tagliente battuta di sei parole oppure pagine di riflessioni, il lavoro che c’è dietro é lo stesso. Ed é stato interessante toccare ancora una volta con mano la realtà, una materia vibrante e purtroppo spesso sanguinosa con la quale i media lavorano, e quindi anche noi vignettisti. Perché la satira é un modo di raccontare la realtà,  ha suoi codici, un suo linguaggio ma, soprattutto, un suo carattere. Al quale non può rinunciare e che si irrigidisce di più quanto più viene attaccata e criticata.

Ho preparato questo reportage dopo la pubblicazione della mia vignetta “disgustosa” con la morte che si scusa perché aveva solo chiesto un’amatriciana ed é stata, per me, anche un’occasione per riflettere sul modo in cui IO posso fare satira (ciascun autore ha la sua sensibilità e a differenza loro io non me la sento di giudicarli per il loro lavoro, almeno non su un terreno così insanguinato come questo della morale e dei morti. Anche se alcuni lo meriterebbero). Ho scelto un tono per queste due pagine che mi é stato ispirato dai posti che ho visto e le persone con le quali ho parlato. Ho visto sorrisi, tanta solidarietà, ed é stato bello. Tutto questo mentre tramite social ricevevo – in nome del rispetto per i terremotati e le vittime del terremoto – inviti a morire per me e la mia famiglia e giravano mie foto con qualsiasi minaccia appiccicata sopra. É stato interessante.

Il reportage é stato pubblicato prima che uscissero le vignette di Charlie e per questo non ce n’é menzione. Ma il dibattito scaturito dai francesi -l’ho già detto e ribadisco anche adesso che per me loro hanno fatto bene –  ha solo confermato, nella mia idea, l’opportunità di lavorare a un reportage delicato come questo, che fosse satirico ma anche una riflessione sulla MIA forma di fare satira. E voglio chiudere ringraziando il mio giornale (Il Fatto Quotidiano, per chi passasse di qui per caso). Per aver pubblicato una mia vignetta che anche a molti colleghi non piaceva. E per avermi chiesto e dato altre due pagine per continuare a dire la mia. E poi ringraziotutti i lettori che mi hanno letto e sostenuto e mi sostengono ogni giorno, e a quelle belle persone che si incontrano in questo lavoro.

 Questo è il reportage pubblicato questa settimana da Il Fatto Quotidiano.amatrice1-webamatrice2-webamatrice3-webamatrice4-webamatrice5-webamatrice6-webamatrice7-webamatrice8-webamatrice9-webamatrice10-webamatrice11-webamatrice12-webamatrice13-webamatrice14-webamatrice15-webamatrice16-webamatrice17-webamatrice18-webamatrice19-webamatrice20-webamatrice21-web

Nell’Egitto di Al-Sisi

Ci sono alcune storie che vanno disegnate con mano leggera, per tante ragioni. Non sono storie chiare, con il bianco e il nero netti e precisi, ma sono piene di sfumature che non permettono di capire dove inizia il bene e dove finisce il male. Storie che riguardano vite che non conosciamo e sensibilità che saranno toccate dal modo in cui le raccontiamo. E quindi bisogna raccontarle piano. Ho seguito la vicenda di Giulio Regeni fin dall’inizio, comodamente seduto alla mia scrivania, matita e penna in mano, dalla finestra del mio pc: Al-Sisi il dittatore col cappellone e gli sgherri col manganello, l’Egitto un luogo che avrebbe anche potuto non esistere nella realtà. Verso Febbraio una mia vignetta su Al-Sisi è stata esposta a una manifestazione organizzata dagli studenti delle American University del Cairo: in quel momento ho avuto l’impressione che il mio premere tasti al computer e tracciare linee su un foglio potesse ripercuotersi migliaia di km più in là, in un mondo reale, in un paese vero, su persone concrete. Ho iniziato a programmare un viaggio al Cairo, sempre posticipato tra paure, allarmi ed “è meglio lasciar perdere”. Poi sono partito.

Sono partito senza la pretesa di capire nulla e alla domanda “cosa pretendi di scoprire?” scrollavo le spalle. Niente. Io volevo vedere, volevo sentire, volevo mettermi in gioco un po’ di più, e non so se ci sono riuscito. Probabilmente no, ma non è importante.

Voglio ringraziare le persone che mi hanno aiutato, non farò i nomi per non dimenticare nessuno ma sono state molte e ognuna a suo modo. E un grazie a tutti gli amici e lettori che mi hanno scritto dopo aver letto il reportage su Il Fatto Quotidiano domenica scorsa, per farmi complimenti, esprimere perplessità, darmi il loro parere, farmi notare dei punti incerti, chiedermi informazioni.
Voglio ringraziare per quella telefonata che ha sciolto ogni dubbio rispetto a quale potesse essere stato il risultato e l’impatto di queste due pagine su un tema tanto difficile, l’unica telefonata che potesse farmi capire che davvero aveva un senso farlo e che forse era stato fatto nel modo giusto. Sempre perfettibile, ma giusto. E grazie a chi mi ha fatto capire che a volte si arriva a un punto in cui non possiamo cambiare le cose in alcun modo, ma solo aspettare che le cose cambino. Che è poi la tragedia o la fortuna di questa vita: cambia continuamente.

Beh, buona lettura e benvenuti al Cairo.

 

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Qualche Extra

Chiaramente non ho potuto raccontare tutto quello che avrei voluto, quello che è successo ho spesso dovuto zipparlo. Quindi una veloce fotogallery per commentare i vari momenti disegnati nelle due pagine.

L’ingresso in Egitto

Sono entrato con visto turistico (anziché giornalistico, sennò ciao) al costo di 25 euro (più o meno). Le info reperite in rete prima del viaggio erano incerte. Nel 2015 la procedura del visto in aeroporto era stata abrogata ed era possibile entrare nel paese – anche solo per turismo – soltanto ottenendo il visto in ambasciata. Poi questa nuova normativa è stata a sua volta abrogata – da quanto ho capito – o comunque rimandata a data da destinarsi. Fatto sta che si può prendere il visto in aeroporto e punto. Accanto a me, in aereo, c’erano un ragazzo italiano – architetto – che stava lavorando a un progetto di non so che scultura sul Mar Rosso. E un ingegnere olandese che viaggiava per lavoro e che mi ha aiutato a compilare il modulo per il visto perchè sono scapace. Altri italiani erano lì per lavoro e alla loro prima volta in Egitto, quindi inutili per avere informazioni.

Il volo egyptair
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Sono tornato dall’Egitto, come si vede nel tagliandino che accompagna il titolo del reportage, la sera del 18 maggio. Quella notte è precipitato il volo Parigi-Cairo per cause ancora non chiarite ma che di certo non invogliano i turisti a visitare l’Egitto.

La polizia

La polizia era effettivamente ovunque. Una mattina, la mattina del 18 maggio, la città era un viavai di sirene e camionette della polizia. Non ho capito il perchè (figurarsi se capisco qualcosa). So solo che cambiavo continuamente via e me le ritrovavo sempre davanti. Queste camionette trasportavano prigionieri e ne ho viste molte in diversi punti dalle parti di Bab El-Shaaria. Con molta discrezione, e fingendo di telefonare, ho scattato una foto (le camionette sono due: una grigia superblindata e una verde, nell’angolo in basso a destra)

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Il Mogamma

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E’ l’enorme edificio che si vede nel mio selfie di Piazza Tahrir (ed è anche la ragione di quel selfie). Volevo fotografare questo enorme palazzone governativo dove lavorano circa 20.000 persone ed è davvero impressionante. Se dovessi ambientare un racconto di Kafka, lo ambienterei lì dentro.

I graffiti in via mohammed mahmoud

La principale ragione per la quale volevo visitare il Cairo. Qualcosa è rimasto. Ma non sono quelli che cercavo.

Questo è un fotoconfronto tra la foto da me scattata in via mohammed mahmoud e quella che vari siti (da Ansa a Repubblica passando per Vice) raccontavano come “il muro con il volto di Giulio” (insieme a quella di Berlino) Come si vede: niente volto nè altro (nè è un muro ritinteggiato). Era chiaro che fosse semplice photoshop ma tentar non nuoce.

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Le piramidi

Visitare le piramidi in perfetta solitudine è un’esperienza che in questo momento storico l’Egitto permette di vivere con estrema facilità. Ciononostante ho comunque beccato quello che si fa la foto buffa con la sfinge.

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I datteri

Non è vero, non ho comprato quei maledetti datteri della dannata nonnina. Ho invece comprato un po’ di giornali pieni di Al-Sisi. I titoli (tradotti da Reham) suonano tipo “Chi complotta contro il presidente?“.

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Le modifiche

Il tempo per lavorare a due pagine così è sempre molto ristretto, non hai tempo per metabolizzare o riflettere. (Anche se rispetto alle due pagine su Bruxelles, che ho iniziato e chiuso in 24 ore, questa è stata una crociera). Tante cose avrei voluto cambiarle, e in effetti una differenza tra le tavole pubblicate da Il Fatto domenica scorsa e queste online c’è: qualcuno la trova? La scriverò (e la spiegheró) nei commenti.

E visto che siete arrivati fin qua, vi premio con una mia foto in piscina. Non avendo il costume ho fatto il bagno come insegna Tony Tammaro nella nota canzone “il rock dei tamarri“.

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Lo chiamavano Sophie Scholl

Visto che in questi giorni si parla abbastanza di cosa sia giornalismo e cosa no, ho deciso di raccontare di quando sono diventato giornalista professionista. E’ una storia vera e molto divertente. Divertente adesso, non all’epoca. Vi anticipo che ne faranno un film, i diritti sono già stati acquistati.

P.s.
L’articolo in cui si raccontava la storia era questo 

P.p.s.

Qui raccontavo invece il mio esame, ma senza questo succulento retroscena.

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Bruxelles ma belle

In piazza della Borsa, a Bruxelles, c’è il triste spettacolo che abbiamo imparato a conoscere dopo gli attentati di Parigi: candele, fiori, fotografie, biglietti. Ma cosa succede davvero in una città colpita da un attentato? Me lo sono chiesto mentre prendevo un aereo per il Belgio, subito dopo la tragedia, in direzione contraria all’allerta terrorismo. Bruxelles non è Parigi, ed è un’ovvietà: i belgi non hanno la stessa epica dei francesi e questo è ancora più evidente nel lutto. La piazza della Borsa è circondata da furgoni con le parabole, presidiata da giornalisti e militari. Qualcuno sospira e passa, i turisti si scattano selfie. Ma i bruxellesi non si fermano, non sono in piazza. Gli attentati terroristici del 22 marzo sono stati solo una disgrazia annunciata. Le sirene della polizia e delle ambulanze diventano sempre più rare e lontane, adesso verso Schaerbeek poi ancora più in là. La vita è ripresa in fretta, a Bruxelles. Tre giorni dopo le bombe, la metro è di nuovo in funzione, almeno in parte. La domenica di Pasqua, il centro è di nuovo pieno di gente, come se niente fosse accaduto. La vita va avanti, ed è rassicurante. “Bruxelles ma belle” hanno scritto col gesso, e poi, più in grande: “la vie est belge”. La vita è belga.

(da Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2016)bruxelles_1bruxelles_2bruxelles_3bruxelles_4bruxelles_5bruxelles_6bruxelles_7bruxelles_8bruxelles_9bruxelles_10bruxelles_11bruxelles_12bruxelles_13bruxelles_14bruxelles_15bruxelles_16bruxelles_17bruxelles_19bruxelles_20bruxelles_21